Ciao David, i nostri lettori sono molto curiosi di conoscerti. Vuoi descriverti?
Il mio nome reale sarebbe “David all’inglese”, mia mamma era una maestra, amava Dickens e il suo libro preferito era David Copperfield. Sono una persona estremamente curiosa (ma non impicciona), amo la vita, gli animali, i colori, le cose e le persone semplici, senza ipocrisie sul fondo della tazzina. Non ho filtri (ad eccezione di quello del tè) e presto o tardi dico sempre quel che penso. Nel corso degli anni ho avuto la fortuna (e la salute) di poter affrontare diverse avventure (piccole e grandi) che sicuramente hanno influenzato la mia personalità e di conseguenza quel che scrivo e disegno. Vivo per metà anno sul mare, all’Isola d’Elba, dove fra i pesci perplessi della baia, le indomite piante pioniere e gli allegri cinghiali faccio la guida – di terra e di mare – e l’istruttore sportivo. Gli altri sei mesi ritorno a Prato, dove sono nato e dove da tempo ormai insegno arte/fumetto/illustrazione nelle scuole secondarie.
Quanti libri hai scritto finora?
Circa una ventina, pubblicati in Italia, Usa e Cina, dove ho anche vissuto per un po’ di tempo… ho pubblicato poi centinaia di vignette e strisce pubblicate su quotidiani per circa 12 anni e ho scritto quattro sceneggiature per il cinema fra lunghi, medi e cortometraggi.
Il tuo ultimo libro “Pinne tempestose” ha un titolo decisamente evocativo. Cosa ti ha ispirato nella scelta?
Volevo un salto nel passato che richiamasse grandi emozioni, storie a lume di candela, “un’immagine scritta” del mare in tempesta.
Fra i tanti personaggi che si incontrano in “Pinne tempestose” c’è qualcuno che ha delle somiglianze con te o con persone che conosci?
Tutti hanno un retroscena da scoprire. Il mio preferito è Parola, il cane che non vuole abbaiare, sperso nel mare sulla barca di carta di nome Frittella. Come quasi tutti gli animali è una creatura piena di dignità, coraggio e affetto, ne ha così tanto che non riesce a contenerlo e, per essere meno fragile, cerca di stare un passo dietro gli eventi, anche se spesso poi non gli riesce molto bene. Per anni ho insegnato in carcere a Prato, sia sport che arte. Un po’ di anni faci fu un esperimento con il canile di Empoli e diversi cani trovarono posto in carcere (e nei cuori dei carcerati che se ne occupavano), seguendo le linee di un progetto che ricalcava l’ippoterapia. Fra i tanti cagnetti ce ne era uno che chiamavano Fischietto perché aveva un fischio al cuore, era tanto buono quanto timido, capace di piccole grandi azioni che ribaltavano il cuore…i suoi dettagli e il suo aspetto li ho trascritti nel romanzo.
A che lettori pensi quando scrivi?
Penso a tutti i cuori che hanno voglia di staccare un biglietto per un’avventura in se stessi.
Finiamo in modo divertente…Hai un luogo preferito dove scrivere?
Nella polvere e nel disordine che, in qualche modo, ti bisbigliano ciò che è stato… ho una predisposizione “tempestosa” a tutto ciò!

